Dal portone di casa mia all’edicola, dicevo, ci sono due passaggi zebrati pericolosi. Ogni mattina in piazza c’è l’incidente stradale, due auto ferme muso contro muso, i guidatori in piedi a urlare, se uno non è già morto, e un capannello di gente sul marciapiede che sta a guardare. Intanto sono arrivati gli operai coi picconi e scavano la fossa. Scamiciati, col muso duro e rossiccio, danno di piccone sull’asfalto, e se poi la massicciata è troppo dura, arrivano altri col martello perforatore, ci premono sopra con tutto il corpo e vibrano dai piedi alla testa; vibra anche l’aria attorno a loro.
Aperta la buca, se ne vanno. Il giorno dopo altri operai provvedono a rimettere a posto la terra scavata, che risulta sempre troppa e fa montarozzo, sicché bisogna far venire il rullo compressore a schiacciarla, e poi un’altra macchina a stendere altro asfalto, bitume e ghiaino. Gli scavatori intanto si sono spostati un poco più in là, sempre sul marciapiede, e scavano una fossa nuova, che sarà riempita puntualmente il giorno dopo.
Nessuno ha mai saputo perché facciano queste fosse. Non è che poi ci sotterrino i morti del settimanale incidente d’auto gravissimo, ad ammonimento per gli incauti, e nemmeno vanno a cerca di reliquie, di ruderi, di tartufi, di minerali. Sotto l’asfalto, sotto la massicciata, trovano terra e soltanto terra, da rimettere in sito ogni volta, eppure scavano, e la gente non protesta per l’incomodo, né per il fragore dei martelli vibratili. La gente protesta semmai se nella casa di fronte tengono il grammofono troppo alto e arrivano a cascata le note di Vivaldi.