Now Playing Tracks

Ascolta: a due miglia da qui, risalendo il Cedron, c’è un blocco di pietra quadrata, largo seicento cubiti. Se solo mi dessero centomila sbozzatori armati di ferro e martello, in quell’enorme masso potrei scolpire la testa mostruosa di una sfinge… che sorride fissando il cielo con uno sguardo implacabile. Dall’alto dei cieli Geova la vedrebbe e dallo stupore impallidirebbe.
Gérard de Nerval - La Regina del Mattino e Solimano Principe dei Geni
Quando finisci un romanzo, se i soldi non sono una disperata priorità, se non devi vendere o pubblicare all’istante – metti tutto in un cassetto. Per tutto il tempo che puoi. Un anno e più è l’ideale, ma pure tre mesi vanno bene… Per rivedere un romanzo devi avere la testa sulle spalle, ma non quella dello scrittore nel pieno del suo lavoro, e nemmeno quella dell’editor professionale che ne ha già lette dodici versioni. Ci vuole la testa di un estraneo intelligente, che prende il libro da uno scaffale e comincia a leggere. In qualche modo devi far tua la testa di quell’estraneo. E dimenticarti di aver mai scritto il libro.
Anatomia della lettura « Il blog del mestiere di scrivere (via angeloricci)
… e Valentine, chinandosi per osservarle, vide che erano teschi. Li raccolse e li lanciò agilmente nell’aria, e li afferrò al volo mentre cadevano e li lanciò di nuovo, in una ruota balenante. Le mascelle sbattevano rumorosamente, mentre volavano e ricadevano. Valentine sorrise. Quanti poteva giostrarne, in una volta? Spurifon, Struin, Hunzimar, Meyk, Prankipin, Scaul… erano soltanto sei. C’erano state centinaia di Coronal, uno ogni dieci o venti o trent’anni, negli ultimi undici millenni. E lui avrebbe giostrato tutti quanti. Trasse dall’aria altri teschi, più grandi, Confalume, Prestimion, Stiamot, Dekkeret, Pinitor, una dozzina, un centinaio, lanciandoli e afferrandoli, lanciandoli e afferrandoli. Mai, fin dal tempo della colonizzazione, un giocoliere si era esibito su Majipoor con tanta destrezza! Adesso non lanciava più teschi: erano diventati diademi sfaccettati, globi, mille globi imperiali che lanciavano barbagli di luce in ogni direzione. Lui li lanciava e li afferrava impeccabilmente, e li riconosceva, ora Lord Confalume, ora Lord Spurifon, ora Lord Dekkeret, ora Lord Scaul, e li teneva tutti lassù, nell’aria, formando una grande piramide rovesciata di luce, e tutti i personaggi regali di Majipoor danzavano sopra di lui, e tutti convergevano verso l’uomo biondo e sorridente che stava con i piedi saldamente piantati su quella spiagga dorata. Li sosteneva tutti. L’intera storia del mondo era nelle sue mani, e lui la manteneva in volo.
Senza sbagliare un movimento, Valentine si incamminò verso l’entroterra, sulle dune che ascendevano verso la fitta muraglia della giungla. Gli alberi si aprirono al suo passaggio, inchinandosi a destra e a sinistra, aprendogli un sentiero, una via lastricata di scarlatto che conduceva all’interno sconosciuto dell’isola. Valentine guardò davanti a sè, e scorse basse colline grigie che salivano lentamente e diventavano scoscese pendici di granito, e al di sopra si ergevano picchi dentati, una cordigliera formidabile che continuava fino al cuore del continente. E sulla vetta più alta, così elevata che intorno l’aria tremolava d’una luce pallida quale si vede soltanto nei sogni, si estendevano i bastioni del Castello. Valentine si avviò in quella direzione, continuando a giostrare. Incontrò molte figure lungo il sentiero, e gli sorridevano e si inchinavano e lo salutavano con la mano. C’era Lord Voriax, e la Signora sua Madre, e l’alto, solenne Pontifex Tyeveras, e tutti lo salutarono cordialmente, e Valentine rispose al saluto senza lasciar cadere neppure un diadema, senza interrompere il ritmo sciolto e sereno del suo numero. Ormai era sulle colline, e saliva senza fatica, e intorno a lui si raccoglieva una folla, Carabella e Sleet, Zalzan Kavol e gli skandar giocolieri, Lisamon Hultin, la gigantessa, e Khun di Liaminot, Shanamir, Vinorkis, Gorzval, Lorivade, Asenhart, centinaia d’altri, hjort e ghayrog e liimen e vroon, mercanti, agricoltori, pescatori, acrobati e musici, il duca Nascimonte, il capobanda, l’interprete di sogni, Gitamorn Suul e Dondak-Sajamir che si tenevano a braccetto, un’orda di metamorfi che danzavano, una falange di capitani di draghiere che brandivano allegramente le fiocine, una schiera caprioleggiante e cinguettante di Fratelli della Foresta che si lanciavano di ramo in ramo, e tutti cantavano e ridevano e ballavano e lo seguivano verso il castello, il castello di Lord Malibor, il castello di Lord Spurifon, il castello di Lord Confalume, il castello di Lord Stiamot, il castello di Lord Valentine…
… il Castello di Lord Valentine.
Era quasi arrivato. Sebbene la via conducesse virtualmente in linea retta, sebbene nebbie fitte come lana aleggiassero basse sul sentiero, lui saliva, più svelto, saltando e correndo, continuando a giostrare splendidamente quelle centinaia di sfere luminose. Davanti a sè scorse tre grandi colonne di fuoco, e quando si avvicinò risolsero in tre facce: Shinaam, Dilifon, Narrameer, che stavano fianco a fianco e gli tagliavano la strada.
I tre parlarono con una sola voce: - Dove vai?
- Al Castello.
- Quale Castello?
- Il Castello di Lord Valentine.
- E tu, chi sei?
- Domandatelo a loro - disse Valentine, indicando quelli che danzavano dietro di lui. - Chiedetelo a loro, il mio nome.
- Lord Valentine! - gridò per primo Shanamir.
- E’ Lord Valentine! - esclamarono Sleet e Carabella e Zalzan Kavol.
- Lord Valentine il Coronal! - gridarono i metamorfi e i capitani delle draghiere e i Fratelli della Foresta.
- E’ vero? - chiesero i ministri del Pontifex.
- Io sono Lord Valentine - disse gentilmente Valentine, e lanciò in alto i mille diademi, che si innalzarono fino a perdersi nell’oscurità dello spazio tra i mondi, e poi discesero fluttuando in silenzio, scintillanti come i fiocchi di neve che cadono sulle montagne del nord, e quando toccarono le figure di Shinaam e di Dilifon e di Narrameer i tre ministri sparirono, lasciando soltanto un balgliore argenteo, e le porte del Castello si spalancarono.
Robert Silverberg - Il Castello di Lord Valentine

“Molte volte per spiegare, o peggio ancora per giustificare, gli spropositi e le porcherie fatti ieri e oggi dai politicanti italiani di ogni denominazione, si ripete che “gli italiani son fatti così” e la botte non può dare che il vino che ha.

Giolitti ai suoi tempi diceva che il popolo italiano era gobbo e – lui – non poteva fare a un gobbo altro che un abito da gobbo. E certo il popolo italiano era gobbo. Ma Giolitti invece di tentare quanto sarebbe stato possibile per farlo, non dico dritto come un fuso, ma un gobbo meno gobbo di quanto egli aveva trovato, lo rese più gobbo di quanto fosse prima. Poi venne Mussolini e disse che il popolo italiano era buono a nulla. Poi sono venuti molti – troppi – antifascisti e anch’essi dicono che il popolo italiano è fatto così. Dove tutti sono responsabili, nessuno è responsabile…

La verità è che dove tutti sono responsabili, ciascuno è responsabile per la parte che gli spetta, in proporzione della sua capacità a fare il bene o fare il male, e in proporzione del male che ha realmente fatto e non ha cercato di impedire. Un contadino sardo è anche lui responsabile per la sua quarantacinquemilionesima parte di quanto avviene oggi in Italia. Ma un Ministro che sta a Roma è infinitamente più responsabile che un contadino sardo, per quel che avviene col suo consenso , o per suo ordine, o con la sua complice passività…

Gli italiani furono responsabili per non aver mandato al diavolo il re col suo duce, sebbene, a dire il vero, sia difficile spiegare che cosa gli italiani avrebbero potuto fare, ridotti come erano a polvere incoerente e passiva da una organizzazione di pretoriani armati e da una polizia onnipotente. Ma lui il re, che non correva nessun pericolo di essere bastonato o mandato al domicilio coatto e in galera, lui, il re che aveva ai suoi ordini un esercito, non ebbe dunque nessuna responsabilità nelle vigliaccherie e nelle perfidie per cui rimarrà immortale nella storia?…

Sissignori, gli italiani presi uno per uno sono quello che sono. Ma grazie al cielo, non tutti sono allo stesso modo. Ve ne sono alcuni che…sono fatti diversamente.

Quanti siano stati partigiani in Italia fra il settembre 1943 e l’aprile 1945 nessuno saprà mai. Il comandante delle truppe angloamericane ammise che nei primi mesi del 1945 essi distrassero dal fronte di combattimento sei divisioni nazifasciste. Sei divisioni, anche calcolando diecimila uomini per divisione, fanno 60.000 uomini. Per tenere a bada 60.000 uomini bene armati, organizzati alla tedesca sotto una direzione centrale, quei partigiani scalcagnati, divisi in gruppi scombinati, senza rapide comunicazioni, e con un direzione centrale che funzionava come Dio voleva, devono essere stai almeno tre volte più numerosi delle divisioni nazifasciste. Dunque non corriamo pericolo di esagerare se mettiamo che nei primi mesi del 1945 vi erano nell’Italia del Nord non meno di 180.000 partigiani. Ma mettiamo fossero non più di 100.000. Dietro a quei 100.000 uomini di prima linea, c’erano le seconde e le terze linee, senza il cui favore la prima linea non avrebbe potuto tenere duro per mesi. Se calcoliamo tre persone (uomini e donne) di seconda e terza linea per ogni uomo di prima linea, siamo certi di non esagerare. Abbiamo dunque un totale di 100.000 più 300.000 uomini e donne: cifra tonda 400.000 italiani.

Non tutti sono stinchi di santo. D’accordo. Molti erano anche essi fatti così. D’accordo. Facciamo una tara della metà. Facciamo una tara dei due terzi. Facciamo una tara dei tre quarti. Si potrebbe essere più pessimisti di così? Restano sempre 100.000 uomini e donne, in tutti i partiti e fuori di tutti i partiti, che erano fatti diversamente.

E quand’anche gli italiani che sono fatti diversamente, fossero non centomila, ma appena mille, cento, dieci, uno solo, quell’uomo solo – degno di rispetto e non carogna – dovrebbe tener duro e non mollare. E sarebbe dovere approvarlo, incoraggiarlo, sostenerlo e non dirgli: “Pensa alla salute, tira a campare, chi te lo fa fare, bada ai fatti tuoi, lascia correre: gli italiani son fatti così”. Un uomo degno di rispetto è una ricchezza che non si deve buttare via. Chi sa? Quell’uomo solo potrebbe diventare, quando meno lui stesso se lo aspetta, centro d’attrazione e di cristallizzazione per molti altri.

Gaetano Salvemini. Il brano è tratto da: Antologia della Resistenza, a cura di Luisa Sturani Monti, Edizioni Gruppo Abele, aprile 2012, pp. 43-47.
Il Califfo, perso nei suoi pensieri, scruta l’orizzonte.
«Eh, l’Altissimo. Avrà anche in serbo grandi cose, l’Altissimo, ma se andiamo avanti così un giorno o l’altro gli metto le mani addosso.»
Il Cucchiaio di Re Salomone (Il Libro del Sole e dello Scorbuto - I)
Preoccuparsi di crescere, ammirare gli adulti perchè sono adulti, arrossire al sospetto di essere infantile: queste cose sono segni tipici dell’infanzia e dell’adolescenza. E, nell’infanzia e nell’adolescenza sono, in genere, sintomi salutari. Chi è giovane è giusto che voglia crescere. Ma portarsi nella vita adulta la preoccupazione di essere adulti è segno di una crescita interrotta. Quando avevo dieci anni leggevo libri di favole di nascosto, e sarei morto di vergogna se mi avessero scoperto a farlo. Ora che ne ho cinquanta li leggo apertamente. Quando sono divenuto uomo ho messo da parte le cose infantili, compresa la paura di essere infantile e il desiderio di essere adulto.
C.S. Lewis - On Three Ways of Writing for Children (1952)
I consigli del vecchio Pork Chop Express sono preziosi, specialmente nelle serate buie e tempestose, quando i fulmini lampeggiano, i tuoni rimbombano e la pioggia viene giù in gocce pesanti come piombo. Basta che vi ricordiate cosa fa il vecchio Jack Burton, quando dal cielo arrivano frecce sotto forma di pioggia e i tuoni fanno tremare i pilastri del cielo. Sì, il vecchio Jack Burton guarda il ciclone scatenato proprio nell’occhio e dice: “Mena il tuo colpo più duro, amico. Non mi fai paura”
Jack Burton (via nuvolieri)

Come trovare il miglior titolo per il vostro romanzo

Di questi tempi usanza e moda impongono che il titolo di un romanzo che si rispetti sia ‘qualcosa di qualcos’altro’ (es. ‘Le notti di cellophan’ di Margaret Mazzancolle). Passati sono i tempi in cui bastava un ‘qualcosa qualcosa’ per avere un titolo memorabile (es. i ‘Racconti capziosi’ di Ovinio o ‘La morte indefessa’ di Edgar Allan Popone o semplici titoli come ‘Preludio al pompelmo’ di Garcon Garcia Garquez. Nella linea di ‘qualcosa di qualcos’altro’ l’ideale è sceglier due parole che mai si sarebbero accostate (es. ‘Gli anni del parafango’ di Ian Mehiuain) e che nulla abbiano a che fare col contenuto del libro. Se questo risultasse impossibile si può sempre correre ai ripari grazie all’uso di un aggettivo inconsueto e desueto posizionato a dovere (es. ‘L’indomita trascuratezza del procione’ di Saverio Roncola).

(via Mazzate.com)

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